Come il lusso può rappresentare il motore del progresso

Come il lusso può rappresentare il motore del progresso

Come in tutte le grandi crisi storiche, anche dalle conseguenze (sociali ed economiche) di questa c’è la tentazione di uscire abbracciando una visione pauperistica e votandosi alla decrescita. Siamo davvero sicuri che sia la strada giusta? Proviamo a seguire un’altra pista. Qualche anno fa, Thierry Paquot, filosofo e professore universitario francese, ha pubblicato – per Castelvecchi – Elogio del lusso, ovvero l’utilità dell’inutile.

Per Paquot il lusso sarebbe un motore del progresso, della trasformazione culturale e dell’economia. Infatti, se non fosse stato per quella magica vocazione ad avere un qualcosa di più – che ci distingue dalle altre creature – noi umani mangeremmo ancora carne cruda e bacche. Non sarebbero nati né la cucina, né i condimenti, né i vestiti, né invenzioni meravigliose come il letto, la sedia, il tavolo, la finestra. Non solo: se per secoli le navi dei mercanti non avessero corso tra Oriente e Occidente in cerca di ambra, seta, argento e altri preziosi, la storia dell’umanità assomiglierebbe a un film muto in bianco e nero, e non a quel caleidoscopio di colori, splendori, meraviglie e colpi di scena che tanto ci affascina.

I fondi di lapislazzuli, le miniature e gli ori della pittura medioevale e rinascimentale non esisterebbero senza questo flusso di cose rare che giungeva in Europa dalla Persia e dall’India. E ciò nonostante da più di 3 mila anni, prima la Bibbia, poi il Cristianesimo pauperista, e infine il comunismo (a dispetto di Karl Marx, che ha invece dedicato pagine illuminanti alle fasi mature del capitalismo, e che del lusso aveva perfettamente capito la funzione progressiva e liberatoria) si siano scagliati violentemente contro l’agio e il superfluo.

Forse l’autore che meglio ha colto questa dinamica è stato Werner Sombart a cui si deve la “lettura” del lusso, della moda e della guerra come veri e propri paradigmi economici. Per Sombart, il lusso sarebbe stato già presente nelle civiltà primitive, grazie soprattutto a cerimonie nelle quali oggetti donati o distrutti divenivano simboli del prestigio e del potere di chi li possedeva e stabilivano o confermavano le gerarchie sociali esistenti.

Ma è stato durante la fase del predominio aristocratico nelle società occidentali che esso ha assunto un ruolo realmente significativo: le più importanti famiglie italiane, infatti, hanno avviato nel corso del Rinascimento un consumo di beni di lusso che ha fatto successivamente da modello per gli aristocratici degli altri Paesi europei. I nobili hanno rivaleggiato così tra loro elargendo doni alla collettività, per riceverne in cambio gloria e prestigio sociale, per manifestare cioè la loro potenza e la loro superiorità. Per il grande sociologo tedesco, saremmo così di fronte a una di quelle manifestazioni di quello “spirito d’intrapresa” fondamentale nelle dinamiche capitaliste: «sono essi, gli intraprendenti, che conquistano il mondo; i creatori, i vivi, coloro che non fuggono e non negano il mondo, che si fanno largo combattendo».

Ma, se è vero che l’industria ufficiale del lusso genera centinaia di migliaia di posti di lavoro e raggiunge milioni di consumatori, e che ciò che un tempo riguardava una ristretta élite (capi d’abbigliamento, accessori e tecnologie) oggi interessa le masse, arrivando alla fine di questo originale percorso finiamo per scoprire che per Paquot l’elogio del lusso non può assolutamente essere confuso con un generico elogio della società dei consumi, dell’accumulazione di gadget e status symbol inutili. Anzi, proprio la visione del lusso come distinzione basata sul denaro è appannata, se non definitivamente tramontata; il futuro è invece il lusso come una forma di esclusività incardinata su scelte di vita autonome, consapevoli, felici. La proposta di questo libro è quella di una nuova filosofia della cura di sé, che è la frontiera più ambita: ritrovare noi stessi, interiormente ed esteriormente, è un lusso che possiamo e dobbiamo permetterci.

“Per troppo tempo la mera soddisfazione dei bisogni primari – questa totale e ridicola menzogna – ha inchiodato ognuno di noi a un ruolo che ci alienava, invece di aprirci all’autentica ricerca della nostra singolarità”. La nuova frontiera non sta dunque in beni materiali costosi, ma in tre parole che rimandano a uno stile di vita autentico e ritrovato: tempo, spaziosità e silenzio. Se possiamo scegliere come usare il nostro tempo, in qualità e in quantità, nel divertimento come sul lavoro, questo è un lusso. Se riusciamo a stare in ambienti che ci comunicano un senso di spaziosità, e se possiamo permetterci un po’ di pace e di silenzio, allora vuol dire che abbiamo fatto un passo avanti nelle nostre vite. Quindi i tre parametri del nuovo lusso “sono delle merci rare, ma anche degli stati mentali. (…). Spazio, tempo, silenzio: questa nuova triade orienterà le nostre vacanze, i nostri acquisti, i nostri sogni negli anni a venire. Senza dimenticare la cura di sé, che è salita ai primi posti del lusso odierno”.

Riflessioni quanto mai paradossali e attuali nel nostro tempo di quarantena. E visto che dopotutto abbiamo a che fare con la morte, non dimentichiamo che per secoli, gli uomini l’hanno affrontata, sui campi di battaglia con eleganza (quanto deve ancor oggi la moda all’uniformologia?) e che proprio nel ’600 – Secolo del ferro e della peste – mentre il colore preminente delle classi dirigenti europee era – assieme alla porpora cardinalizia – il nero (gesuitico), i ranghi dei tercios e dei reggimenti di cavalleria erano tutto un fiorire di colori sgargianti, come a dire, di fronte al lancio dei dadi della vita: “se proprio dobbiamo andare a questo ballo, almeno facciamolo con stile”.

Tratto da: https://www.huffingtonpost.it/entry/come-il-lusso-puo-rappresentare-il-motore-del-progresso_it_5e78ef46c5b63c3b6494fa85

rafaelgroup
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